Stranezze su Gregorio da Monte Sacro ovvero il fascino di Roma nel medioevo
Stranezze su Gregorio da Monte Sacro ovvero il fascino di Roma nel medioevo
Le «Meraviglie di Roma» di Maestro Gregorio
26 Febbraio 2025
Siamo nell’Anno Santo e in tanti, gruppi o singole persone, si accingono a incamminarsi, non solo metaforicamente, verso quella che, fin dalla sua istituzione, è stata ed è ancora oggi considerata la méta principe dell’esperienza giubilare, Roma.
Per la maggior parte dei pellegrini, fin dall’antichità l’Urbe ha rappresentato un luogo di non facile approccio tanto per la sua vastità territoriale, quanto per la quantità di vestigia in cui il visitatore inevitabilmente si imbatteva, restando il più delle volte alle prese con interrogativi senza risposte.
Tanti monumenti, o loro rovine, finivano per diventare punti di riferimento per l’orientamento, in mancanza ancora a quel tempo di Google Maps.
Ma ecco che l’ingegno umano, o meglio romano, si attivò per dare strumenti di “navigazione” tanto ai pellegrini, quanto alle estemporanee guide turistiche dell’epoca che, come spesso accade ancora oggi, si improvvisavano in questo mestiere supplendo alle loro conoscenze storico-artistiche con spiegazioni a dir poco fantasiose.
Cominciarono a fiorire anche testi scritti, assimilabili alle odierne brochures che, da semplici ausili utilizzati in loco, finirono per essere esportati dai loro utilizzatori e diffusi nelle loro terre di origine.
Il fascino di Roma nel Medioevo
Erano queste le cosiddette Mirabilia Romae, ovvero «Meraviglie di Roma», descrizioni medievali dei monumenti pagani e cristiani di Roma , opera di grammatici ed eruditi che raccoglievano tradizioni e indicazioni spesso leggendarie ma a volte esatte e ancor oggi utilissime alla topografia romana.
Questo genere letterario, le cui origini non sono ancora accertate e che alcuni collegano al clima della renovatio Imperii dell’età di Ottone III, è già affermato nella Graphia aureae urbis Romae risalente al principio dell’XI secolo; ma i veri e propri Mirabilia si hanno solo dal XII secolo: tra le più antiche redazioni sembra essere quella contenuta nel Liber Polypticus di Benedetto, canonico di S. Pietro (1143 circa), cui seguono le descrizioni dei Mirabilia comprese nelle vite dei papi di Bosone (1154-81), nella collezione del Cardinale Albino (1188 circa) e nel Liber censuum di Cencio Camerario (1192); di particolare interesse è, alla fine del XII o agli inizi del XIII secolo, il De mirabilibus urbis Romae di maestro Gregorio, dedicato prevalentemente ai monumenti pagani.
Nel XIV secolo i Mirabilia erano così popolari da essere tradotti in dialetto romanesco (Le miracole de Roma). Con la stampa, i Mirabilia si moltiplicarono: la prima edizione è del 1475 circa, forse per il Giubileo.
Riepilogando: i Mirabilia Urbis Romae non erano solo una guida turistica ante litteram, ma era un luogo della trasmissione di racconti leggendari su Roma, un’opera del XII – XIII secolo che riscosse un incredibile successo durante il medioevo, delineando un punto di incontro tra la cultura cristiana e quella pagana.
Dopo i fasti dell’età antica Roma aveva vissuto anni, se non secoli, di decadimento e abbandono. Con i saccheggi e le invasioni operate durante l’Alto Medioevo, Roma si ritrova a essere un cumulo di rovine. La città spopolata si stava trasformando in una cava di marmo i cui materiali preziosi, capitelli e colonne, venivano prelevati per essere reimpiegati nella costruzione di basiliche e palazzi privati.
Furono i pellegrinaggi cristiani a ridare vita alla città facendovi affluire gente e denaro.
Gli stranieri che arrivavano a Roma avevano bisogno di una guida che potesse indirizzarli verso le chiese più importanti e spiegare cosa erano quei ruderi che incontravano lungo il loro cammino.
La prima versione dei Mirabilia attribuita a Benedetto Canonico aveva l’aspetto di una lista di monumenti cristiani e pagani, questi ultimi citati per facilitare l’orientamento nella città, accanto all’elenco di reliquie (come quelle dei Santi Felice e Adaucto poi venerati su Monte Sacro), tombe di santi e martiri (varie catacombe e in particolare quelle di Commodilla) e indulgenze, brevi descrizioni di statue e edifici pagani, corredate a volte di leggende che ne raccontavano l’origine.
Agli occhi dei Cristiani del tempo, le rovine erano un simbolo della caduta del paganesimo e dell’affermazione della nuova religione.
Sembrava impossibile agli eruditi medievali che un regno idolatra fosse durato così a lungo. Soltanto un preciso progetto di Dio poteva spiegare la potenza dell’antica Roma.
L’Impero era servito a preannunciare un altro Regno e l’Imperatore fu visto come simbolo di un altro Re.
Roma pagana era stata grande solo in quanto prefigurazione di quella cristiana.
I Mirabilia non rappresentavano un documento affidabile. Oltre alla componente fantastica delle leggende, spesso i dati topografici forniti dal testo erano sbagliati, così come le notizie archeologiche.
Molti stranieri che avevano compiuto il pellegrinaggio a Roma, vollero anch’essi scrivere il loro racconto delle meraviglie della città. Nacquero così i diari di viaggio, narrazioni in prima persona in cui i pellegrini descrivevano ciò che avevano visto e ascoltato, creando un’immagine dell’Urbe sempre più magica.
Quando i pellegrini giungevano alla fine della Via Francigena, su Monte Mario, rimanevano affascinati dalla vista della città. Da lì vedevano tutta Roma: una città così gremita di torri “da sembrare un campo di grano” ci dice Maestro Gregorio, un importante pellegrino del XIII secolo.
Roma era la sede delle meraviglie, era il luogo in cui il cristianesimo mostrava il suo trionfo sugli dei, dove la magia delle rovine continuava a incantare.
Tutto il pensiero del tempo, tutto lo stupore dei fedeli nel vedere le meraviglie di Roma, viene riassunto in poco tempo da Maestro Gregorio: “Anche se tutta Roma sta cadendo, nulla, sebbene intatto, le si potrà mai paragonare”.
Di recente mi sono imbattuto in questa interessante pubblicazione di Cristina Nardella, la cui lettura ha suscitato in me ovvia curiosità, alla stregua del manzoniano don Abbondio che esclama “Carneade, chi era costui?”.
Io le ho definite simpaticamente “stranezze” sull’Abate Gregorio da Monte Sacro, senza pretese di infallibilità, ma voglio condividerle con in miei lettori anche solo per suscitare interesse su un personaggio che in tempi ormai remoti diede lustro al nostro Gargano.
Molto probabilmente il nostro Maestro Gregorio, o Gregorius Magister che dir si voglia, prima di diventare Abate di Monte Sacro, potrebbe essere identificato con il Maestro Gregorio da Oxford autore nella prima metà del dodicesimo secolo del “De Mirabilibus urbis Roma”.
Molte le coincidenze che legano i due che ci fanno propendere per la loro fusione in un medesimo soggetto.
Il nostro Gregorio da Monte Sacro, nel corso della sua giovinezza, aveva avuto modo di conoscere diversi Cardinali e, come l’omonimo Gregorio da Oxford, aveva coltivato svariate alte aderenze nella Curia Romana.
Proprio nel periodo di sua permanenza a Roma si trovò a esplorare, l’Urbe, già in fase di decadenza: tanti suoi monumenti classici erano stati distrutti dopo la cristianizzazione e molti dei quelli superstiti erano stati riutilizzati.
Il materiale ricavato dalle demolizioni, soprattutto quello marmoreo, veniva reimpiegato per la costruzione di nuovi edifici e basiliche.
Tanti Pontefici, non escluso Papa Gregorio Magno, incentivarono questa rottamazione con l’intento, non solo metaforico, di motivare, se non giustificare, l’avvento del culto cristiano a scapito delle divinità pagane, sbandierate come idolatrie false e bugiarde.
Opera di bonifica realizzata anche su Monte Sacro dove nel V secolo in un tempietto dedicato a Giove Dodoneo sembra che si officiassero ancora riti sacrileghi proprio mentre sul monte prospiciente, che di lì a poco sarebbe diventata la Città di Monte Sant’Angelo, iniziava la storia plurimillenaria del culto di San Michele.
Stesso furore iconoclastico in un destino analogo a quello occorso, qualche secolo dopo, alla nostra Abbazia di Monte Sacro a partire dal XV secolo dopo il suo abbandono monastico: il cenobio, dopo essere rimasto deserto, finì per diventare una sorta di cava dove le maestranze dei dintorni attingevano per la costruzione di case e masserie, come è ancora possibile osservare nel raggio di qualche chilometro.
Nulla vieta così di immaginare una esplosione distruttrice concretizzatasi con l’intento di esorcizzare eventi poco edificanti compiuti all’interno di quelle mura claustrali, anche solo per dare ascolto ai racconti della tradizione popolare, non confermati da fonti documentarie ma riportati dal parroco don Salvatore Prencipe nella sua Monografia storica.
Ma torniamo a Gregorio, o meglio, ai due insigni personaggi che si fregiarono del titolo di Gregorius Magister.
Entrambi i Maestri Gregorio furono classificati come preumanisti.
Il nostro Gregorio da Monte Sacro aveva viaggiato parecchio per studio e dopo il soggiorno a Parigi si era diretto in Inghilterra.
E proprio in Inghilterra fu redatta da Maestro Gregorio da Oxford la prima guida turistica della città di Roma nota come “De Mirabilibus urbis Roma”.
La copia del XIII secolo intitolata “Narracio de mirabilibus urbis Romae”, in un unico manoscritto, è una raccolta in pergamena di brevi testi ed excerpta conservata a Cambridge presso il St Catharine’s College.
(Cristina Nardella, Il fascino di Roma nel Medioevo. Le «meraviglie di Roma» di maestro Gregorio, Editore Viella, Roma, 2007)
Si tratta di una sorta di guida di epoca medievale scritta in latino e che esalta soprattutto lo splendore di Roma.
Essa fu scritta alla metà del XII secolo da un Magister Gregorius (“Maestro Gregorio”) di Oxford che, durante il suo soggiorno romano, impiegò gran parte del suo tempo a descrivere e a misurare le rovine romane.
Il piccolo testo del Magister Gregorius è tra gli esempi del risveglio dell’interesse verso le antichità classiche manifestato da una manciata di appassionati nella Roma del XII secolo. Tuttavia, come la maggior parte dei suoi contemporanei, era abituato alla scrittura gotica, e le lettere romane delle iscrizioni a volte hanno tradito la sua traduzione.
Magister Gregorius, che noi conosciamo solo da poche annotazioni nel suo Prologo, non dipende da altri resoconti di Roma, anche se ha letto “De septem miraculis mundi” attribuito a Beda il Venerabile.
Non era un pellegrino, dato che si deduce dalle sue osservazioni che denotano disprezzo sui pellegrini, ma era a Roma per affari, membro di un gruppo non identificato ma colto, i cui membri lo spinsero a scrivere il suo resoconto.
I suoi appunti sulle chiese di Roma sono brevi: l’antica Basilica di San Pietro e San Giovanni in Laterano sono menzionate quasi di passaggio, e Santa Maria Rotonda (il Pantheon) lo è per la forma inusuale: la percorre e trova che è larga 266 piedi.
Cita tre volte la distruzione delle statue da parte di papa Gregorio I e il Tempio di Minerva, “una volta magnifico ma abbattuto con grande sforzo dai Cristiani”.
Questo “documento di valore unico che è completamente indipendente dai Mirabilia, una descrizione di Roma di un viaggiatore straniero scritto da un punto di vista secolare e antiquario e basato primariamente sull’osservazione personale integrata dalle migliori tradizioni locali”.
Gregorius apre con l’espressione personale del suo stupore e meraviglia alla vista da lontano della città, citando le prime parole dell’elegia di Ildeberto di Lavardin sulla grandezza che fu di Roma.
Dopo aver elencato le porte della Mura aureliane, passa direttamente alle sculture, in marmo e in bronzo, prima di descrivere i “palazzi”, tra cui include le Terme di Diocleziano, poi gli archi di trionfo e le colonne erette, prima di passare alle piramidi funerarie e agli obelischi. Il manoscritto finisce così, quasi in maniera asettica, senza nessuna la perorazione.
Nonostante i disagi e i molti pericoli, le strade medievali non erano deserte; a chi era diretto a Roma la città si presentava dall’ alto di Monte Mario, chiamato non a caso “Monte della gioia” (Mons Gaudii) perché rappresentava la meta finale della grande fatica del viaggio. I pellegrini si muovevano in città aiutati, nei loro itinerari della fede, da guide che segnalavano i principali monumenti cristiani. Tuttavia lo spettacolo dei grandi edifici classici in disfacimento non mancava di colpire lo spettatore:
“O Roma, non c’è nulla che sia uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata grande, se intatta”.
Questi due versi del poeta inglese Ildeberto di Lavardin, dell’inizio del XII secolo, sono citati nel prologo di una guida di Roma veramente insolita, scritta da “maestro Gregorio”, inglese, presumibilmente nella prima metà del Duecento. Veramente insolita perché questo erudito (che frequenta, come lui stesso dichiara, la Curia pontificia e vanta amicizie fra i cardinali), è del tutto indifferente alla Roma cristiana; sembra non vedere alcuna chiesa, anzi addebita con ira e disappunto le cause del disfacimento della Roma pagana in parte al riutilizzo dei materiali di spoglio per l’edilizia, in parte, in realtà soprattutto, alla tenace lotta ingaggiata contro un passato glorioso dai papi, distruttori di templi ed idoli, a cominciare da papa Gregorio Magno. Gli unici tre edifici ecclesiastici menzionati servono unicamente da punto di riferimento topografico; solo un veloce appunto di commozione dedica l’autore alla Roma medievale, apparsa finalmente dall’alto della collina:
“Credo proprio che si debba ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città in cui così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi che a nessun uomo riuscì mai di contarle”.
Lo sguardo di maestro Gregorio, stupefatto e turbato, è però per la Roma dell’antichità, per gli archi trionfali, gli obelischi, le piramidi e le colonne coclidi, e soprattutto per le splendide statue in bronzo che ancora potevano essere ammirate sparse in mezzo alle rovine insieme a quelle di marmo, quest’ultime “quasi tutte o distrutte o deturpate dal beato Gregorio”, il Papa Magno.
Una Venere nuda e con ancora tracce di pittura lo affascina particolarmente:
“Quest’immagine è fatta di marmo di Paro con un’arte talmente meravigliosa ed indicibile da sembrare una creatura viva piuttosto che una statua: simile a donna che arrossisca della sua nudità, essa ha il viso cosparso di un colore rosso. E sembra proprio a chi guarda che sul volto candido come la neve di quella statua scorra il sangue.
Per il suo meraviglioso aspetto e non so per quale magica seduzione fui costretto a tornare a guardarla tre volte, anche se distava due stadi dal mio alloggio”.
Le citazioni sono tratte dalla traduzione con testo latino a fronte fatta da Cristina Nardella: , Viella editrice, Roma, 1997.
Questa è la prima traduzione in italiano, condotta sul manoscritto originale, con alcune brillanti soluzioni di lettura, che l’autrice fa seguire ad un ampio commento alle Meraviglie di Roma, puntuale, scorrevole ed illuminante (oltre a due capitoli su maestro Gregorio e sul genere letterario delle guide medioevali). Con l’aiuto della Nardella la statua amata da maestro Gregorio è rintracciata: si trova ancora a Roma, ai Musei capitolini, dove è approdata dopo una serie di peripezie.
Di fronte ai cicli figurati delle colonne coclidi o ai programmi scultorei degli archi trionfali maestro Gregorio rimane particolarmente colpito, “anche se gli avvenimenti e i personaggi rappresentati non vengono identificati correttamente e sono descritti come suoi contemporanei”.
La colonna Traiana, “rotonda e cava come fosse una specie di canna fumaria”, è, secondo maestro Gregorio, “la colonna trionfale di Fabrizio che i Romani gli decretarono dopo che ebbe vinto Pirro re dell’Epiro”: Fabrizio resiste ad un tentativo di corruzione del medico di Pirro, come apprendiamo da un serrato dialogo sulla pietra. La mancanza di fonti scritte, cioè di un punto di riferimento sicuro, annulla il senso del passato, che Gregorio non sa collocare in una scansione temporale precisa.
Ciò facilita una visione anacronistica: le statue si muovono, parlano ed agiscono perché l’osservatore si sente liberamente contemporaneo ai fatti, ai personaggi rappresentati di cui crede di recuperare le parole.
I dialoghi sono la proiezione dei pensieri e delle ipotesi dell’osservatore dipanati di fronte alle immagini antiche che, proprio perché non appoggiate a fonti scritte, rimarrebbero altrimenti del tutto mute.
Largo spazio maestro Gregorio dedica alle statue di bronzo e in particolare al gruppo equestre del Marco Aurelio ora in Campidoglio, ai suoi tempi invece posto davanti al Laterano; su questo gruppo l’autore si sofferma per pagine e pagine.
Nel Medioevo si era perduta la vera identità del cavaliere e circolavano varie attribuzioni: l’ipotesi più accreditata era che si trattasse di Costantino, l’imperatore che aveva concesso libertà di culto alla Chiesa: una vera fortuna, dato che per questa ragione la statua non fu fusa, sorte che invece toccò a moltissime altre.
Maestro Gregorio passa in rassegna e discute le varie teorie distinguendo le sue fonti con spirito critico: accoglie l’opinione degli ecclesiastici in quanto ritenuti i più colti e affidabili, mentre disprezza quella della gente del luogo e dei pellegrini. Il cavaliere non è né Costantino né Teodorico, come sostengono, rispettivamente, i locali e i forestieri, ma invece un romano antico, un certo Marco o Quinto Quirino. È molto interessante e divertente seguire, con la Nardella, l’origine e le pieghe delle varie leggende, in parte basate su fraintendimenti visivi (il ciuffo in mezzo alle orecchie del cavallo creduto un cuculo; il barbaro calpestato, che al tempo di maestro Gregorio rendeva più stabile il cavallo, creduto un re nano, dotato di poteri magici), in parte accreditate per stornare identificazioni all’improvviso diventate scomode.
Marco Aurelio fu creduto senza contestazioni Costantino fino a quando il papato sostenne l’autenticità della “donazione” dell’Impero alla Chiesa. Già nell’XI secolo gli Imperatori germanici cominciarono però a dubitare apertamente della veridicità di questo atto e d’altra parte la Chiesa stessa cominciò a trovare disdicevole fare dipendere i fondamenti del potere papale dalla concessione di un Imperatore. Che davanti al Palazzo del Pontefice, nella Piazza del Laterano, s’ergesse il gruppo equestre di Costantino era diventato assai sconveniente: sono proprio i Cardinali ad allontanare Costantino e ad indirizzare Maestro Gregorio “al tempo dei consoli e dei senatori”.
Da “La Repubblica”, 03/03/1998
Gregorio da Monte Sacro si autodefinisce adulescentulo, e proprio come Adso de Melk, il novizio del Nome della Rosa, fu al seguito di diversi alti prelati suoi protettori.
Fu nominato Abate di Monte Sacro, cenobio situato nelle vicinanze del suo luogo natale Monte Sant’Angelo, ma non dal Capitolo dell’Abbazia della SS. Trinità, bensì assurse a questo incarico come monaco esterno all’abbazia che, secondo quanto riporta l’Enciclopedia Treccani, era dipendente direttamente da Roma.
Per il conseguimento della dignità abbaziale gli valsero forse le sue aderenze presso la Curia Romana, ma soprattutto i suoi meriti culturali, quando era già noto come Maestro (magnus sophista putatus, come egli stesso si autodefinisce in un suo scritto autografo) e, probabilmente, anche per la “Narracio de mirabilibus urbis Romae”.
Secondo una ipotesi da me accarezzata, potrebbe essere proprio lui l’autore dei “De Mirabilia urbis Romae” redatti da un certo Magister Gregorius tra il XII e il XIII secolo.
Sappiamo infatti che il nostro Gregorio, successivamente Abate di Monte Sacro, nel 1213 si trovò a viaggiare prima in Inghilterra (Cambridge) e poi a Parigi, quindi ancora a Roma.
L’omonimo Magister Gregorius da Oxford, di cui ci stiamo occupando in parallelo, non era un pellegrino, notizia che deduciamo per le sue osservazioni con disprezzo sui pellegrini, ma era a Roma per affari, membro di un gruppo non identificato ma colto, i cui membri lo spinsero a scrivere il suo resoconto. I suoi appunti sulle chiese di Roma sono brevi.
Si deve proprio a Gregorio e al suo arrivo su Monte Sacro l’inizio del culto dei Santi martiri Felice e Adaucto (la reliquia della testa è a Santa Maria in Cosmedin), insieme a Nemesio, Sebastiano e i fratelli a loro associati nel martirio, con la venerazione delle loro reliquie (erano state donate da Papa Leone IV [847-855] alla Regina Ermengarda moglie dell’Imperatore Lotario) ed enumerate insieme a tante altre nei manoscritti dell’Abate Gregorio.
“Un simile gusto estetico permette di inserire Maestro Gregorio nel novero degli amanti dell’Antichità che nell’ambito del XII e XIII secolo si accostarono con grande sensibilità alle rovine di Roma, proprio mentre nella produzione artistica si riaccendeva l’interesse per il naturalismo classico.
Ed egli è indubbiamente un precursore dell’Umanesimo quando spoglia i monumenti della loro valenza simbolico-politica e ne fa oggetto di studio e ricerca appassionati; in lui cogliamo le caratteristiche generali della figura del preumanista che si sviluppò principalmente in Inghilterra: un’attenzione particolare alle emozioni prodotte dall’eredità classica, una nuova cura per il buon latino in prosa ed in versi, un interesse estetico e quasi archeologico in tutti i settori artistici.
Il suo spirito innovativo emerge con forza soprattutto nell’interesse antiquario con cui cerca di superare quelle che definisce e nel profondo rammarico davanti ai monumenti deturpati affiorante da tutte le sue descrizioni. In un trattato pur così innovativo non mancano, però, idee tipiche della forma mentis medievale”.
(Cristina Nardella, Il fascino di Roma nel Medioevo. Le «meraviglie di Roma» di maestro Gregorio, Editore Viella, Roma, 2007)
Questo stato di alta superiorità nell’essenza intellettuale dell’uomo fu anche proclamato da Dante nella notissima terzina in cui fa dire a Ulisse “Considerate la vostra semenza ¨Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtùte e conoscenza”.
Da questa enunciazione si evince che il cosiddetto Umanesimo, quello che nella pratica comune è definito tale, trova il suo punto di partenza proprio nelle suddette parole del nostro divino Poeta.
Ma Gregorio da Monte Sacro visse in un tempo anteriore a Dante e presso a poco un secolo prima: lo troviamo già superiore del suo convento nel 1220 e lo perdiamo di vista poco più tardi il 1240.
Ed allora bisogna concludere che il nostro Abate fu sicuramente un precursore o pioniere: che se poi si voglia accogliere la tesi che il secolo XII, e più ancora il XIII, segnano per noi meridionali quello che l’ultimo secolo del Medioevo segna per i Toscani, bisognerà considerare Gregorio addirittura come un umanista della prima maniera.
Quale meraviglia d’altronde? “l’importanza dei paesi meridionali, osserva il Leccisotti in un articolo di del 1939, si accresceva nel nuovo Ducato di Puglia (poi Regno) da che essi accoglievano fra le loro mura Papi e principi, Concilii e riunioni che, da quelle Cattedre, davano alla Cristianità la parola d’ordine”.
Ma più di ogni altro fu il periodo Svevo che risvegliò tutte le migliori energie dei paesi nostri e ci fornì una pleiade di uomini illustri i quali furono esponenti di una alta cultura letteraria, scientifica ed artistica.
Né in tale congiuntura il Gargano rimase secondo ad alcuna delle altre contrade del sud. Che se è vero quanto ebbe a registrare lo Huillard Breholles nella sua grande Frattanto è motivo di nostra soddisfazione l’essere certi che il nome dell’eminente Abate del secolo XIII non è andato disperso nel mondo letterario italiano. Tutti possono sincerarsi infatti che Giulio Bertone nel volume della “Storia letteraria d’Italia” pubblicato dal Vallardi edizione 1910, in un paragrafo dal titolo mette in mostra anche il “De hominum deificatione” quale poema in 13 mila esametri composto dall’Abate Gregorio di Monte Sacro del Gargano.
(L’ABATE GREGORIO da MONTE SACRO. Un Preumanista del GARGANO (15/05/1954 da ANGELILLIS ne IL GARGANO)
Il nostro viaggio attraverso le note del Maestro Gregorio da Oxford
La Struttura
Quando il Maestro Gregorio inizia il suo libro, lui spiega che i suoi amici gli hanno chiesto di scrivere i suoi ricordi delle cose più ammirevoli di Roma. Ammette di non ricordare tutto, ed è corretto al riguardo. Le sue descrizioni e analogie si confondono facilmente e col tempo l’esatto significato delle sue affermazioni può non essere chiaro. La mappa allegata è una mappa delle posizioni più importanti menzionate dal Maestro Gregorio, in ordine di apparizione. Sebbene che il Maestro parli di molti altri luoghi, questi in particolare evidenziano i suoi più grandi errori e successi nel suo ricordo.
Marco Aurelio a cavallo
Nel testo di Maestro Gregorio, lui ricorda correttamente la storia della statua di Marco Aurelio che viene spostata, anche se non riesce a identificare esattamente l’uomo che la statua rappresenta. Invece di presentarsi come esperto, descrive invece le due teorie più diffuse ai suoi tempi. I commenti successivamente confermano che Maestro Gregorio aveva ragione nella sua descrizione. Oggi, la statua è abbastanza distante da dove descrive Maestro Gregorio, ma in Campidoglio è stata spostata diverse centinaia di anni dopo i suoi scritti.
Penso che questo esempio supporti l’idea che Maestro Gregorio abbia effettivamente visitato Roma. Era bene versato in questo esempio e mi sembra improbabile che inventasse il resto.
Statua di Priapo. Il vero “Priapus”
Il maestro Gregorio ha identificato erroneamente la statua di Priapo. Tuttavia, come spiega in i commenti, potrebbe esserci qualche motivo per l’errore del Maestro Gregorio più di quanto sia semplice. Il Maestro Gregorio descrive la statua come se fosse stata posta sopra di lui, quindi deve alzare lo sguardo per vederla. Da questo punto di vista, i genitali dello “Spinario”, ovvero quello che il Maestro pensava fosse Priapus, si trovano nel punto focale del triangolo creato dalle sue gambe incrociate. Possiamo immaginare che il Maestro Gregorio abbia sentito parlare della statua reale solo nelle storie o ne abbia letto, e la caratteristica più importante di quella statua sono i suoi genitali e non il suo membro. Il Maestro Gregorio sta facendo ipotesi ragionevoli basate sulla logica del suo tempo e sul suo miglior ricordo.
Il Pantheon
Il Maestro Gregorio non trascorre molto tempo focalizzato sul Pantheon. Tuttavia, penso che questa sia un’altra sezione che supporta la legittimità del suo lavoro. Sebbene indichi erroneamente le dimensioni dell’edificio, menziona brevemente i leoni che adornavano la cima del Pantheon. Nel commento, apprendiamo che questi pezzi sono andati perduti nella storia, ma si sa che esistevano al tempo del Maestro Gregorio. Come afferma il commento, l’errore relativo alle dimensioni del Pantheon può essere attribuito a una serie di cose, come la definizione incoerente di “pedes” o se il Maestro Gregorio non includeva l’atrio.
Errori che non sono costantemente il risultato di palese ignoranza, ma un fallimento della memoria o una condizione di come la conoscenza è stata condivisa.
Il soffitto del Pantheon secondo il Maestro Gregorio era ricoperto d’oro.
Il Colosso di Rhodes
In questa sezione, la traduzione si legge molto male. I commenti ci dicono che il Maestro Gregorio stava guardando le statue di bronzo donate da un papa, parti di un colosso che potrebbe aver avuto la storia che ha descritto. Tuttavia, confonde la testa e le mani che vede davanti a sé con quelle appartenute a una delle sette meraviglie del mondo. Cita l’altezza originaria del bronzo come l’altezza misurata della statua egea che dice si trovava su un’isola.
Penso che oggi siamo tentati di vedere il Maestro Gregory come uno sciocco. Con le informazioni a portata di mano e non impegnate nella memoria o dimenticate, può sembrare un fallimento personale nell’identificare erroneamente qualcosa. Tuttavia, il Maestro Gregorio probabilmente non aveva mai visto il Colosso di Rodi. I suoi ricordi furono scritti molti anni dopo la sua visita, quindi la fusione di quest’ultimo o di un’altra statua gigante sembra abbastanza comprensibile dal punto di vista medievale.
Molti furono gli errori o le esagerazioni in cui incorsero frequentemente gli autori di queste pubblicazioni volutamente o per scarsa conoscenza dei luoghi e della Storia. Uno dei più eclatanti fu quello di spacciare il Colosso di Rodi come un’opera appartenuta all’antichità classica romana.
Sembra quasi riproporsi quello che di lì a qualche anno si sarebbe verificato a Barletta, dove al colosso bronzeo di Eraclio, così è conosciuto localmente, risalente al V secolo e abbandonato per anni sull’arenile dove era naufragato, proveniente da Costantinopoli. Nel 1309 su richiesta dei frati domenicani furono asportate parte delle gambe per essere poi fuse e farne delle campane per la loro chiesa di Manfredonia.
Augusta o Caio?
La mappa della veduta di Roma, miniatura dal “Liber Ystoriarum Romanorum” del XIII secolo mostra la distanza tra dove Maestro Gregorio pensava che la piramide fosse e dove si trova effettivamente.
La mappa della veduta di Roma, miniatura dal “Liber Ystoriarum Romanorum”
La sua descrizione chiarisce quale piramide sta guardando, ma dice che si trova a Porta Latina, che non ha piramide ed è un punto di riferimento completamente diverso. Penso che possa essere allettante vedere questo errore così avaro da screditare gran parte del suo resoconto, ma all’inizio afferma che ha paura di non ricordare alcune cose. Non confonde i due edifici o dice che hanno qualche connessione quando non lo fanno. Usa il riferimento a Porta Latina per fornire al lettore un contesto di localizzazione, che purtroppo è erroneamente fattuale.
Conclusione
Il Maestro Gregorio ha sbagliato molto in questo suo lavoro. Tuttavia, osservando più da vicino la vera natura dei suoi errori e ciò che ha effettivamente corretto, possiamo giungere alla conclusione che ha trascorso un po’di tempo a Roma. I suoi errori sono probabilmente il risultato di tutto il tempo tra la sua visita e la sua rivisitazione, o semplicemente il risultato della logica e dei sistemi di pensiero famigeratamente difettosi che erano popolari ai suoi tempi.
Per tutto il Medioevo non esistette una sola città paragonabile a Roma per la quantità e la qualità dei monumenti posseduti e per il numero di visitatori che vi giungevano, desiderosi di visitare i centri più importanti della cristianità ma anche attratti dal fascino delle antiche vestigia pagane. L’esigenza di indicazioni per muoversi nella città portò alla compilazione delle prime guide per i pellegrini, da cui scaturì nel XII secolo un originale prodotto letterario, i Mirabilia urbis Romae, che ebbe innumerevoli versioni nei tre secoli successivi. In questa tradizione spicca per originalità la Narrazione delle meraviglie della città di Roma, compilata tra il XII e il XIII secolo dall’erudito inglese, maestro Gregorio. Formatosi culturalmente nello studio dei classici, l’autore è completamente assorbito dalla contemplazione dell’antica Roma – al punto di trascurare la città cristiana – e descrive con vera passione artistica i monumenti pagani. Fin da primo impatto ci comunica il fascino subìto, quando dall’altura di Monte Mario gli si presenta una città dove «così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi, che a nessun uomo riuscì mai di contarle».
Di questa opera singolare il libro da me consultato di Cristina Nardella fornisce il testo originale latino e la traduzione italiana a fronte, preceduti da un ampio studio introduttivo.
“La situazione è più complessa del previsto e richiede valutazioni progressive e prudenziali. Gli interventi più radicali saranno pianificati solo in una...
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