Ricordo del dottor Giuseppe Radatti “don Peppe” nel 45° anniversario della morte

Resta ancora oggi vivo nella memoria di tanti concittadini che lo ricordano con gratitudine

Il dottor Giuseppe Radatti

Ieri è stata una giornata memorabile per Mattinata. L’annuncio ufficiale della istituzione del Museo Archeologico di Mattinata intitolato, come era naturale che fosse, al farmacista dottor Matteo Sansone, don Matteo, lo Speziale-Archeologo cui si deve l’interesse di tanti studiosi del settore per il nostro territorio, mi dà il pretesto per ricordare un’altra importante figura nel campo della sanità pubblica che col dottor Sansone e col dottor Matteo Potenza costituirono il baluardo sanitario in anni in cui le ASL erano ancora lungi da venire. Sto parlando del dottor Giuseppe Radatti, per tutti don Peppe. 

Vado con la memoria a un Convegno archeologico organizzato a metà degli anni ’90 dalla famiglia Sansone e dalla Civica amministrazione del periodo in memoria del Farmacista scomparso poco tempo prima, nel corso del quale, dopo gli interventi degli archeologi don Cleto Corrain, Marina Mazzei, e altri ancora, intervenne il Medico Provinciale dottor Francesco Ciuffreda, già Sindaco di Mattinata a metà degli anni ’70, il quale rimarcò l’importanza di questi tre sanitari nel prestare la loro opera indispensabile per la collettività mattinatese in anni in cui si moriva ancora per patologie che oggi definiremmo banali: essi diventavano alla bisogna ostetrici, odontoiatri, chirurghi, svolgendo anche, ma direi soprattutto mansioni di pronto soccorso in qualsiasi ora del giorno. Parole accorate che ancora risuonano nelle mie orecchie.

Il dottor Radatti in un momento conviviale
Il dottor Radatti in un momento conviviale

Ma vengo, come è giusto, al dottor Radatti. A lui associo tanti ricordi che mi riportano alla vecchiaia di mio nonno Lorenzo che a lui era legato da vicoli di parentela. La sua visita direi quotidiana a “casa nostra” era un fatto quasi rituale: era l’occasione per scambiare qualche battuta divertente, ma anche per prendere un buon caffè che don Peppe non rifiutava mai, ma quello “buono”, che accompagnava con una sigaretta senza filtro, una delle tantissime che fumava nel corso della giornata, tanto da avere l’indice e il medio della mano destra ingiallite dalla nicotina. Così io bambino ero spedito al bar più vicino, dai fratelli di Mauro o al bar Matinum dei fratelli Sacco, con la raccomandazione di prendere per il dottore un caffè “corto e senza zucchero”. Nel breve tragitto, in cui cercavo di memorizzare come dovesse essere il caffè, finivo sistematicamente per invertire l’ordine e don Peppe si ritrovava col caffè “lungo e zuccherato”. Inevitabili i rimproveri dei miei parenti, tanto che don Peppe mi disse “la prossima volta non dire niente, che è meglio”. Anzi avvisò i gestori dei due bar che, quando mi vedevano davanti al bancone, facessero il contrario di quanto io stavo ordinando.

Lo ricordo ancora alla guida della sua seicento aggirarsi per le strade di Mattinata, con la faccia quasi attaccata al parabrezza, anche se per i grossi spostamenti si serviva del fido autista Giambattista Armiento (Giamattìste u’ Russétte).

Potrei raccontare tanti altri ricordi personali, ma mi fermo qui. È giusto però fornire alcuni dati biografici essenziali.

Era nato a Monte Sant’Angelo il 26 febbraio 1919 da una famiglia benestante e aveva conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, presumo, presso l’Università Federico II di Napoli. Subito dopo essersi laureato, essendosi resa vacante la condotta medica nella frazione di Mattinata, nell’immediato dopoguerra subentrò al medico don Nicola Lanzetta, da poco scomparso. Nella piccola borgata mattinatese si integrò in pochissimo tempo, anche per la sua attitudine alla frequentazione di amicizie conviviali, conosciute anche grazie al farmacista don Matteo che già da qualche anno aveva rilevato la locale “Speziarìe”. Tra i due non mancavano simpatiche scaramucce, specie quando don Peppe rimproverava al “compare” don Matteo che nella sua farmacia era più facile trovare cocci vecchi piuttosto che una bustina di chinino, un salvavita in tempi in cui dalle nostre parti si moriva ancora di malaria.

Il dottor Giuseppe Radatti
Il dottor Giuseppe Radatti

A Mattinata si era presto accasato sposando la signora Brigida Muscettola, della famiglia degli “sculére”, dalla quale avrà quattro figlie, in ordine di nascita Laura, Maria (Mariolina), Michelina e Anna. 

Alla professione, come tanti impiegati d’altronde, alternava la passione per l’agricoltura provvedendo alla cura delle vaste proprietà ubicate, oltre che in Mattinata, soprattutto nella fertile piana delle Matine tra San Giovanni Rotondo e Manfredonia.

Abitò a lungo all’angolo tra le vie Gian Tommaso Giordani e via Archita, dove aveva anche l’ambulatorio con la sedia da dentista, prima di trasferirsi, sul finire degli anni ’60 nel moderno palazzo in via Alcide de Gasperi realizzato da Biagio Piemontese e dal figlio geometra Michele.

Per anni rivestì, oltre a quello di medico di famiglia (oggi lo chiamiamo medico di base), gli incarichi di Medico Condotto, alle dipendenze prima del Comune di Monte Sant’Angelo e, dal 1955 dopo l’autonomia comunale, del Comune di Mattinata, quindi di Ufficiale Sanitario.

E proprio in questa veste toccò a lui coordinare la sanità nel periodo drammatico dell’emergenza colera che nell’estate 1973 interessò tutto il meridione d’Italia, Mattinata non esclusa. L’intera popolazione fu chiamata alla vaccinazione anticolerica che per giorni fu somministrata nei locali della Biblioteca comunale al piano terra del Palazzo Comunale dove tutti, a partire dai medici in attività e dal farmacista, ma anche dai laureati in Medicina e Chirurgia che non esercitavano più la professione come il dottor Carmine Azzarone, dagli infermieri e dai giovani laureandi in Medicina, prestarono la loro opera a tutela della Salute Pubblica.

Nel giro di qualche anno don Peppe Radatti cominciò a non stare più bene e dopo qualche tempo, il 9 luglio 1977 si spegneva prematuramente all’età di 58 anni lasciando il paese privo della sua opera. 

Una triste giornata che ricordo molto bene perché in quei giorni ero alle prese col mio esame di Stato: il mesto corteo attraversò le strade del centro col feretro portato a spalla da tutta la classe medico-sanitaria di mattinata.

Resta ancora oggi vivo nella memoria di tanti concittadini che lo ricordano con gratitudine.

A 45 anni dalla sua dipartita, poiché le varie amministrazioni che si sono succedute negli anni niente hanno fatto fin qui per onorarlo, mi faccio portavoce di questo sentimento popolare e chiedo pubblicamente agli attuali amministratori di lasciare un segno concreto del suo passaggio attraverso le strade della nostra città con l’intitolazione di una strada o meglio ancora del Poliambulatorio ASL. Penso così di interpretare il comune sentire per perpetuare la sua memoria alle future generazioni.

Antonio Latino
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