Dopo 56 anni un Papa (Francesco) va a pregare e benedire la tomba di Don Milani

Per l’occasione riproponiamo un articolo storico del 1970 di Luigi Gatta, pubblicato su “PROPOSTA”, dell’associazione culturale “Martin Luter King” di Mattinata

Don Lorenzo Milani

 “E’ senz’altro difficile per chi vive  passivamente i nostri tempi senza  lo sforzo quotidiano di capirne lo spirito e i “segni”, con l’analisi delle vicende drammatiche la cui eco giunge confusa tra note di canzonette nella spensieratezza della spiaggia, intendere, ad esempio, e condividere l’entusiasmo, la gioia tutta  intima e soprattutto la fiducia nell’esistenza e il coraggio che ispirano le “Lettere” di Don Lorenzo Milani, Priore di Barbiana. (frazione di Vicchio del Mugello, Toscana).

Questo discorso su Don Milani non vuole essere occasione per una critica alla Chiesa Cattolica e alla sua gerarchia, anche perché è a tutti nota  ormai la crisi profonda  che attraversa con la Chiesa di Roma tutta la cristianità.

Il momento più alto della originale, evangelica e cattolicissima esperienza pastorale di Don Milani è coinciso con la grande svolta innovatrice del pontificato  di Giovanni XXIII e del  Concilio Vaticano II. Tuttavia il priore esiliato a Barbiana nel periodo pre-giovanneo non ha sonnecchiato. Fin dai primi giorni del sacerdozio si è manifestato anticonformista e desideroso di un profondo rinnovamento spirituale squisitamente evangelico della figura del sacerdote; ciò anche nel campo sociale e nei rapporti umani, in armonia con quel rinnovamento politico, morale e sociale scaturito dai valori della Resistenza e di cui la Costituzione della nostra Repubblica, che Don Milani rispettava profondamente, è il logico coronamento.

In pieno pontificato pacelliano, il distacco tra la Chiesa e i non credenti era  polemico e sdegnoso (si ricordi l’anacronistica scomunica del Santo Uffizio del 1948 contro i comunisti). Molto prima dell’accorato invito di Papa Roncalli al colloquio con i separati e i non credenti, Don Lorenzo Milani nella sua parrocchia di San Donato a Calenzano non solo comunicava ma condivideva anche, in contrasto con la posizione ufficiale della Chiesa, le pene, le sofferenze e i gravi problemi  umani e sociali che affliggevano i poveri, credenti e non credenti. La scuola popolare, formativa dello spirito di democrazia, di socialità e cattolicesimo, con un richiamo frequente ad un ideale socratico di scuola (“la scuola sarà evidentemente intitolata a Socrate, non al Sacro Cuore”) era per Don Milani il mezzo più efficace per aiutare gli operai e i contadini a liberarsi dallo sfruttamento e dalla miseria. Quell’insegnamento, che praticamente durava tutto il giorno e per tutti i giorni dell’anno, mirava soprattutto a dare ai figli del popolo lavoratore la padronanza della –lingua- e del –linguaggio-, per meglio affrontare i problemi del lavoro e dell’organizzazione sociale di cui i figli dei poveri soffrono e patiscono l’irrazionalità.

La differenza tra un ragazzo di città e uno di campagna “… non è nella quantità – dice Don Milani- né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa, la Parola… ciò che manca ai miei ragazzi è dunque solo questo: il dominio sulla Parola… la Parola è la chiave fatata che apre ogni porta… parlare come personaggi, questo è appunto il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggio, la tirannide del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata…Alla parità dei professionisti che hanno il dominio della parola si può portare l’operaio e il contadino senza che la società vada a rotoli”.

Un esempio molto bello del colloquio e della comunione di Don Milani con i poveri lontani e avversi alla Chiesa è dato dalla lettera a Pipetta, un giovane comunista. Proprio in questa lettera è racchiuso tutto il senso e il significato profondamente  cattolico-evangelico-sociale dell’esperienza pastorale del priore di Barbiana: con i poveri, operai e contadini, lottare per il pane quotidiano, per una società più giusta e con le armi se occorre: “Anche quando avrai il torto di impugnare le armi –dice a Pipetta—ti darò ragione”: ma per ritornare poi “nella casuccia piovosa e puzzolente a pregare (per Pipetta) davanti al Signore crocifisso per offrire agli oppressi liberati la testimonianza di “quell’altro Pane”. (1)

La scomunica e la grande sconfitta elettorale delle masse povere operaie e contadine aderenti al socialismo hanno aperto un baratro tra la Chiesa e il mondo, tra i poveri e i sacerdoti che hanno aiutato la causa dei ricchi oppressori. Ma don Milani e Pipetta sono rimasti amici.

Lettere di Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana La maggioranza assoluta dei voti che la DC ha avuto nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 è solo una “disgrazia” per Don Milani; è il ”caso” che fa  di lui un militante con Pipetta contro i signori della “plutomassoncapitalistaborghesia” clericale, cosa che neanche San Paolo faceva: “Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie”. Ma Don Milani si piega con ripugnanza: “E’ la Storia che mi si è buttata contro, o il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia  grande sconfitta. Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te e a combattere il ricco.  Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua”.

Ed è così.  Don Milani  ha una eccezionale natura sacerdotale, con una grande e profonda coscienza cristiano-cattolica e il pane che deve offrire generosamente a piene mani è il “Pane di Dio”. “E’ solo questo che il mio Signore mi aveva detto di dirti”.                                                                                                                     

E il fatto che è per i poveri, per il pane a tutti gli uomini santamente e umilmente guadagnato col sudore in fronte, non si crede “l’unico prete a posto”. La comprensione che Don Milani ha per gli altri sacerdoti è una comprensione fraterna ed evangelica. Chi vuole onorarlo per la coerenza e l’anticonformismo non fa che strofinare sale  sulla sua ferita. Il discorso che veramente gli sta a cuore, il discorso di fondo è quello sui compiti della Chiesa e sul rinnovamento della Chiesa.

Dopo il sangue versato dai poveri durante la Resistenza contro il fascismo per una società più giusta, il 18 aprile era uno assurdo tradimento; la Chiesa era in massima parte responsabile e Don Milani ne soffriva molto: “Hai ragione, si, hai ragione, Pipetta, tra te e i ricchi sarai sempre te povero ad aver ragione”. “Ma è poca parola questa che tu mi hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’ai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora:”Hai ragione”. Quel giorno, finalmente  potrò riaprire la bocca, all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei cieli è loro”…Il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò”.

Molti cattolici hanno criticato questa posizione di Don Milani, che sembra rigidamente classista ma in realtà è semplicemente anticlassista. Abituati alle solite scialbe prediche degli altri sacerdoti dall’apostolato generico sull’amore universale, non sono riusciti a capire “l’amore particolare” e “con cuore singolare” di Don Milani per i poveri, che era amore profondo per l’animo umano puro e semplice, di una purezza e semplicità cristiane, squisitamente evangeliche, proprio degli operai, dei contadini e dei braccianti che faticano per il pane e umilmente vivono nella loro miseria.

A proposito di “Esperienze pastorali” (la  prima opera di Don Milani osteggiata dalla Chiesa), dice Don Milani: “Il sacerdote è padre universale? Se così fosse mi spreterei subito. E se avessi scritto un libro con amore di padre universale non vi avrei commosso. V’ho commosso e convinto solo perché vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature, ma che le amavo con cuore singolare e non universale.

Non sapreste che farvene di un prete con cuore universale… sono sicuro che mi salverò anche con il mio cuore carnale”. E ancora: “… se credessi al comandamento che continuamente mi rinfacciano e cioè che bisogna amare tutti mi ridurrei in pochi giorni un prete da salotto, cioè da cenacolo mistico-inteellettuale-ascotico (nascosto) e smetterei di essere  quello che sono, cioè un parroco di montagna che non vede al di là dei suoi parrocchiani”.

Anche da un notevole rilievo con cui la TV ha presentato l’esperienza di Don Milani nella prima trasmissione dell’ottima rubrica “Boomerang”– “ricerca in due sere”, con la partecipazione al dibattito di intellettuali qualificati, non è esagerato affermare che l’umile priore di Barbiana appartiene a quella schiera di grandi spiriti assetati di Dio e di giustizia umana che nel passato (San Francesco, Savonarola, Giordano Bruno, Rosmini, ecc….), come nel presente (Papa Giovani XXIII, Don Mazzi, Don Camillo Torres, Padre H. Camara) sono stati profeti di ogni evangelico rinnovamento spirituale della Chiesa e del Mondo; sono questi grandi spiriti che nelle varie epoche storiche hanno sperato, con il loro esempio di umiltà, obbedienza e fermezza cristiana, che la Chiesa cattolica si schierasse dalla parte di Jahvé (Dio) e non di “Mammona”, dalla parte di Cristo e non di Cesare e che il Papato fosse quella autorità morale solidale in Cristo con gli oppressi dall’autorità temporale.

Quanto deve la famiglia cristiana, e in particolare quella cattolica, a Don Lorenzo Milani è impossibile stabilirlo: forse la vita stessa, l’esistenza, la sopravvivenza e non sembri esagerato per i tempi che corrono…. Oppure la Chiesa  ufficiale, le alte gerarchie e la somma Autorità hanno taciuto e tacciono su Don Milani e sulla sua singolare esperienza pastorale; si è voluto esiliare questa scomoda figura di sacerdote nella solitudine antica e selvaggia del Mugello, rendere la sua testimonianza “…una voce che grida nel deserto” e che il vento porta via.

Dice in una lettera Don Milani : “E allora si è toccato con mano che Dio vuole così, che la Chiesa deve essere in mano a quelli là… (vescovi e cardinali ostili a ogni idea di progresso, ai reazionari come Florit e Ottaviani)…che Giovanni XXIII è stato soltanto un lampo di luce passato per sbaglio là dove ci deve essere solo buio. Il santo buio agghiacciante delle curie come le vuole Dio, dove i corpi si santificano con le croci e i deboli riescono a non dannarsi cioè a santificarsi con gli errori!”.

E in un’altra lettera: “Io dunque non sparo a morte né sul cardinale Ottaviani né sulla DC; mi siedo invece quassù sul monte Giovi, penso, studio, scrivo, prego, sorrido bonariamente e pazientemente: un giorno senza che io mi sia macchiato l’anima né di omicidio né di eresia né di scisma né di voto ai comunisti vedrò laggiù nella pianura passare diversi cadaveri.  Dirò allora  requiem  aeternum  senza   satanica gioia e senza cupo dolore e baderò che i miei figlioli non si macchino l’anima attribuendo a quei morti più colpe del vero”.

E malgrado ciò, umilmente, pazientemente Don Milani ubbidisce a tutto, ad ogni provvedimento vescovile o curiale tendenti a limitare quanto più possibile l’attività e il suo raggio d’azione (non poteva, per esempio, mettere più piede a San Donato a Calenzano, da cui era stato allontanato anni prima).

Ubbidisce anche quando si accende la polemica, prima sulla “Lettera ai Cappellani militari” i quali in un assurdo  ordine del giorno (pur essendo infondo dei sacerdoti, anche se in divisa militare) giudicavano “un insulto alla Patria e ai suoi Caduti la cosiddetta obiezione di coscienza, che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”, e poi a proposito della “Lettera ai giudici” che, malgrado l’ortodossia, non trova rispondenza alcuna negli ambienti ufficiali cattolici. E “questi sono due altissimi documenti, i suoi veri  testamenti spirituali”, scrive Luca Pavolini su “Rinascita”, Numero 28 del 10-7-1970, pag.24.

Don Milani soffre e ubbidisce ma i suoi giudizi non mutano, perché, come dice  il socialista  Gaetano  Arfé, “scrive nell’ambito della più rigorosa ortodossia dottrinale e della più rigidamente intesa disciplina ecclesiastica”. Don Milani infatti non è un cattolico accomodante né il suo pensiero si ricollega in alcun modo a quel sottile filone di cattolicesimo liberale.

Scrive ancora il Pavolini su “Rinascita” citata: “si sottomette quando gli si chiede di sottomettersi, con ferrea ubbidienza, ma dichiarandosi non convinto, quindi senza ipocrisia; o trovando, nell’amarezza dell’incomprensione subita da parte della Chiesa e dei vescovi,  a volta a volta toni di agra filippica o di dolore sincero”.

L’ubbidienza è sincera ed evangelica perché Don Milani ama molto la sua Chiesa: “non mi ribellerò mai alla Chiesa  perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa… noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi sacramenti e senza il suo insegnamento. Accettiamo da lei ogni umiliazione…”.

Sempre più si sente parlare di “morte di Dio  e non è stato certo la ideologia marxista a uccidere Dio; né la colpa gravissima dell’assassinio ricade sul materialismo storico del proletariato rivoluzionario che ha cercato e cerca solo di rovesciare l’ingiusto e antievaqngelico sistema capitalistico borghese di produzione dei beni. (l’osservazione è di L.G.).

Don Milani, l’umile priore di Barbiana, antico e modernissimo (ma non modernista), pieno  interprete  nei  suoi giudizi  dello  spirito dei tempi con la sua preparazione  esclusivamente ecclesiastica (rurale!), non ha dubbi a proposito, nel chiamare in causa per un tale orribile misfatto (la morte di Dio) ancora la civiltà “plutomassonica – capitalistica borghese-clericale e gli intellettuali da salotto.

Infatti dice in altra lettera: “Chi vive di sola carta stampata (come purtroppo voi intellettuali siete costretti a fare) non riuscirà mai ad afferrare un fatto vivente e reale quale è la Chiesa”.

Ma neanche i preti hanno le mani pulite se Dio è veramente morto (!) nell’animo di molti lontani: su loro Dan Milani fa pesare l’accusa di aver reso estraneo il concetto di Dio ai non credenti: inviso Dio ai loro animi e a Dio l’anima loro!

Ancora in una lettera, infatti, rammaricato e sdegnato Don Milani scrive: “…. I lontani sono lontani perché i preti hanno voluto immischiarsi nelle cose terrene e ci hanno perso la serenità di giudizio (una invettiva per esempio, già di Gramsci: ” Si può fare il gesuita senza dire buggie”?). E continua il priore di Barbiana: “Hanno consacrato l’attività  dell’Azione Cattolica in campo politico con “i Comitati Civici” che non hanno separato la loro responsabilità da quella dell’Azione Cattolica quando si seppe, per esempio, che i “Comitati Civici” avevano mercanteggiato con la Confintesa i seggi “cristiani”,  ingannando così milioni di poveretti”.

Dunque, consigliamo senz’altro a quei giovani che molto saggiamente trovano il  tempo anche d’estate per le loro letture, e a chiunque vive il presente  con interesse ai nuovi fermenti sociali e religiosi del nostro Popolo, questa raccolta di “lettere” di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana nel Mugello toscano. Siamo certi nell’assicurare un arricchimento interiore e spirituale, così come il senso vero della socialità cristiana.

(1) – “Lettere di Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana”, raccolta e cura di Michele Gesualdi, Milano, Mondadori, 1970-

L’articolo è uscito nell’estate 1970 su PROPOSTA”, num.5, voce della “ ASS. CULTURALE MARTIN LUTER KING – MATTINATA”.

Considerazione finale: “E’ grande e santa la religione che sa rimediare agli errori del passato”. (L.G.)

Luigi Gatta
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