Santi, falò e trottole: le tradizioni in paese

qualche tempo fa, alcuni benestanti visitavano a gruppetti le case dei parenti ed amici, dicendo: ''L'àneme i murt. (Le anime dei morti)'' e e ricevevano castagne, mandorle...
Santi, falò e trottole: le tradizioni in paese_header

 

La Vigilia di San Giuseppe, il 18 marzo, si accendono per devozione, nelle strade e sulle circostanti colline, grossi falò (fanoie), intorno ai quali una volta si recitava il Santo Rosario, ora si chiacchiera, si canta e si balla. I carboni spenti si conservavano religiosamente, ma si lasciavano i tizzoni ardenti, altrimenti essi avrebbero potuto portare disgrazie e anche morte ai mariti... Questa forse è una delle poche tradizioni che ancora resistono e, anzi, negli ultimi anni, a cura di alcune associazioni locali (il Tucano prima, e l'Oasis poi!) prettamente a scopo sociale e benefico, ha preso piede il rispolverò del Falò.

Si organizza infatti, nel giorno della vigilia del Santo, una grande festa ove vengono inviati personalmente tutti i festeggiati maschi e femmine del paese, che insieme scattano la foto ricordo; si premiano il più anziano e il più giovane festeggiato presenti alla manifestazione; si benedice il falò e poi tutti insieme si canta, si balla e ci si diverte; tutt'intorno la presenza di tanti stands zeppi di prodotti locali, dai formaggi al pancotto, al vino e ai ceci e alle zeppole, dolce tipico della festa. l ricavato della manifestazione, come detto, viene utilizzato a scopo benefico e la presenza di tanta gente, anche forestiera, nonostante il periodo ed il tempo ne ostacolino di molto la presenza, testimonia il fatto che rievocando le tradizioni si riesce a condividere più momenti di solidarietà e divertimento.

La Settimana Santa è zeppa di ricorrenze e di relative usanze.

La Domenica delle Palme è il giorno dedicato alla benedizione dei ramoscelli di ulivo in segno di pace. Questa è un'usanza molto viva e festosa che tutt'oggi investe tanti bambini, e da loro si sposta nelle famiglie e nel vicinato, fino ad inondare di verdi frasche tutto il paese. E' il ricordo dell'entrata trionfale riservata a Gesù a Betlemme; e proprio come quel giorno è la festa dei bambini e dei giovanotti che muovono trionfalmente i loro ramoscelli (più o meno grossi) in segno di festa.
Anni addietro erano numerosissimi i ramoscelli di olivo che i contadini portavano in Chiesa (o che i bimbi stessi si procuravano!) per farli benedire dal parroco e per partecipare alla processione. La palma benedetta poi era fissata nei campi, sulle biche di grano, sul culmine dei pagliai o sulle torri rurali, o collocata dietro le imposte delle finestre e dei balconi, alle porte delle stalle, sulle cornici di immagini sacre: un ramoscello si rinnoverà accanto all'acquasantiera a capo del letto. Quel giorno i ramoscelli erano scambiati vicendevolmente tra i fedeli in segno di pace e di amicizia, e questa era la frase che instancabilmente e con fierezza ripetevano ad ogni scambio:

Tecch la palm e facìme la péce,
N'eije timb di stè 'n guerr:
So' li Turch e fann la péce
Te' la palm e damm nu bbéce.

che tradotto dal dialetto mattinatese vuol dire "Tieni la palma e facciamo la pace, non è tempo di stare in guerra: persino i Turchi fanno la pace, tieni la palma e dammi un bacio".I bambini portavano giulivi in mano una palma di confetti o di fronde di olivi, mentre i giovanotti mettevano in mostra dal taschino una palma elegante confezionata dalle fidanzate con i confetti loro donati a Carnevale. Oggi, ovviamente, su qualcuna delle cose dette si sorvola cinicamente; però resta forte il desiderio e la gioia di presenziare alla breve processione sia nei bambini che nei grandi; e la festa che si rinnova in ogni casa nel ricevere e donare la palma benedetta, emula le gesta dei nostri avi, anche se con un pizzico di distacco in più.
Persa totalmente oggi l'usanza nel giorno del Giovedì Santo di rumoreggiare con trottole e raganelle (trozzl) durante la consacrazione nella Santa Messa, il trasporto del Santissimo all'altare del Sepolcro, la processione dell'Addolorata il Venerdì Santo e al Gloria del Sabato Santo. Infatti quando le campane, l'organo e i campanelli tacevano, era tanto e tale il rumore che li sostituiva, che nella Chiesa e per le strade vigeva sovrano solo il clamore composto degli strumenti.

Durante la Processione del Venerdì Santo poi, mentre i fanciulli, muniti di mazze, corrono come indemoniati, battendo sulle porte e vetrine per cacciare i diavoli, le donne più anziane pregavano.

Nella notte del Sabato Santo, moltissimi assistevano in Chiesa alle sacre funzioni: quando il celebrante intonava il Gloria, al cadere di un ampio lenzuolo che copriva tutto l'altare maggiore, mentre campanelli e campane annunziavano al paese la Risurrezione di Gesù, i ragazzi facevano eco col rumore assordante delle trozzole, e le vecchie piangevano di gioia, battendosi il petto. I bimbi si facevano benedire le colombine (scarascedd: pagnottelle a forma di panierini, bambole, bruccellati, cosparse di giallo d'uovo, con un uovo sodo, mandorle e fronde d'olivi infissi), mentre nella mattinata del giorno seguente, il dì di Pasqua, a frotte accorrono nell'atrio della Sagrestia per far benedire dal Sacerdote pane e uova sode con condimento di prezzemolo, pepe e sale, da mangiarsi poi in casa, dopo la recita del Pater Noster ntonato dal capo famiglia. Nello stesso giorno, a pranzo, era tradizione mangiare i malfatti (i frìvule) in brodo con carne di agnello.

Il 21 settembre, appena finiti i festeggiamenti dedicati al patrono di Mattinata, iniziano quelli per San Matteo Apostolo. O meglio, oggi non è rimasto gran che dei festeggiamenti riservati al santo, ma un tempo, nella vigilia, nella Cappella omonima si cantavano i Vespri e nel giorno della festività si celebrava la S. Messa. Nel pomeriggio poi, si organizzavano gare e giochi popolari: gara dei mangiatori di maccheroni, palo della cuccagna, corsa nel sacco, corsa asinesca e ciclistica, gioco della secchia (ialett), e forse anche qualche altro riservato all'inventiva del momento.

Il 1° novembre, qualche tempo fa, alcuni benestanti visitavano a gruppetti le case dei parenti ed amici, dicendo: "L'àneme i murt (Le anime dei morti)"; cui si rispondeva: "E ndla sacchett che purt? (E nella taschetta che porti?); e ricevevano castagne, mandorle, fichi secchi, ecc...I poveri festeggiavano il 2 novembre.
Oggi giorno questa tradizione è tenuta ben viva, solo che ad effettuare la gioiosa "cerca" sono tanti vivacissimi bambini che nei due giorni si divertono a scampanellare quante più case possibili recando in mano sacchetti stracolmi. Ovviamente anche i doni sono diversi, e le buste sono ben colme di caramelle, cioccolate, brioche e tanti tanti dolcetti...