Quando parlai di Monte Sacro a Umberto Eco

Ricordo di un incontro con l’autore del Nome della Rosa
23 Febbraio 2016
Umberto Eco
Umberto Eco

La scomparsa del Professor Umberto Eco, semiologo, filosofo e scrittore italiano, accademico dei Lincei, di cui oggi a Milano si celebrano i funerali laici, mi riporta alla memoria il periodo in cui ho lavorato, in qualità di bibliotecario, presso l’Alma Mater Studiorum, l’Ateneo bolognese di cui Eco era una delle punte di diamante.


Lo ricordo aggirarsi nella Biblioteca del CILTA, il Centro Interfacoltà di Linguistica Teorica Applicata, in Piazza San Giovanni in Monte, struttura in cui, a metà degli anni ’90, prestavo servizio, per cercare testi utili al suo lavoro accademico.


Non nascondo che quando il Professor Eco entrava nella sala di consultazione il solo vederlo suscitava in me una forte emozione: il grande maestro, autore di romanzi come il “Nome della Rosa” e “Il pendolo di Foucault”, per citare quelli più noti al grande pubblico, ma non solo. Per non parlare del timore reverenziale quando si avvicinava al bancone di ricevimento per chiedere qualche informazione, preoccupazione subito sedata dal suo modo di fare bonario che ti metteva a tuo agio.


In una di quelle occasioni, approfittando di un attimo di confidenza instauratosi, mi spinsi un po’ oltre per ringraziarlo di avermi aiutato a vincere il concorso grazie al quale lavoravo nell’Università e lui, quasi stupito, mi replicò che non ricordava di aver mai raccomandato nessuno!


Per chiarire l’equivoco, gli spiegai come, qualche anno prima, avevo superato la prova scritta concorsuale rifacendomi  ad una delle sue “Bustine di Minerva”, la rubrica che settimanalmente ha curato, fino alla fine dei suoi giorni, sull’ultima pagina del periodico “L’Espresso”, in cui disquisiva della copiatura – fotocopiatura dei testi in Biblioteca. L’era della fotografia digitale era ancora lungi da venire!


La volta successiva, dopo avermi salutato, ricordandosi del precedente incontro, mi chiese se avessi letto la sua ultima bustina. Dopo averlo rassicurato, gli raccontai di essere diventato un suo fan fin dalla prima uscita del “Nome della Rosa”, che in prima battuta avevo letto due volte nel giro di qualche giorno.


E mi permisi di aggiungere che leggendo le pagine finali in cui si descrive l’incendio dell’Abbazia, avevo rivisto la fine della nostro coevo Chiostro della SS. Trinità di Monte Sacro alla luce di quanto narrato da una leggenda della tradizione popolare garganica in cui si mescolano episodi di stregoneria con macabri delitti, puniti dalla rabbia delle popolazioni laiche del circondario.


Lapidario il suo commento che ancora conservo tra i ricordi più cari nel bagagliaio della memoria: “molto verosimile: la prossima volta mi racconti in dettaglio la storia della Pulegna”.


Per una serie di circostanze non ci fu un successivo incontro, ma, per parafrasare le parole finali della sua opera più celebrata, resta il ricordo di quei brevi indimenticabili momenti.


“Stat Rosa, pristina nomine. Nomina nuda tenemus”


(La Rosa primigenia esiste solo in quanto nome antico. Noi possediamo solo il ricordo dei nomi nudi, in quanto semplici).

Antonio Latino